Quante informazioni siamo in grado di elaborare?

La risposta breve è: 110 bit al secondo. Bit, non byte. È il quantitativo di dati trasmesso da due persone che ci parlano in contemporanea. Le connessioni neurali che si attivano quando queste informazioni viaggiano nel nostro cervello sono invece migliaia e corrispondono a quelli che nelle IA sono chiamati parametri e che misurano il “peso” delle connessioni e l’affidabilità della predizione del modello. Una stima grossolana va da circa 1.000 fino a 10.000 connessioni tra neuroni cerebrali. Contando che i neuroni del nostro cervello sono circa 85 miliardi (di cui 70 solo nel cervelletto), il numero di sinapsi sfiora un impressionante 1014, due ordini di grandezza maggiore di quanto si stimino i modelli IA al momento più potenti sul mercato (1012).

Quindi siamo ancora più “intelligenti” delle Intelligenze Artificiali? Sì e no. Sì, perché al di là dei numeri grezzi su neuroni e connessioni, la nostra efficienza energetica è ancora incredibilmente migliore delle migliori macchine in circolazione: meno di 20W di consumo energetico contro i Kilowatt che servono per alimentare una singola richiesta a ChatGPT. No, perché nonostante questa stupefacente economia, il cervello non può sostenere le prestazioni nel tempo come può fare una IA e deve periodicamente riposare, ripulirsi, riorganizzarsi, senza contare che non esiste nel vuoto ma è inscindibilmente legato al corpo che lo ospita ed è quindi “embodied”, al contrario di una IA che ha il vantaggio di essere fondamentalmente indifferente al suo ospite.

Ci stupiamo molto di quanto si siano evolute le IA in così poco tempo dalla loro comparsa sulla scena – tre anni e mezzo, praticamente non hanno ancora finito l’asilo. E ad ogni aggiornamento vediamo un misto di curiosità e timore che produce articoli e paper scientifici tesi a dimostrare che sì, non dobbiamo preoccuparci e sono solo i cattivi catastrofisti che fanno il loro mestiere, ossia seminare panico. Ma è semplicemente naturale il sentimento di sconforto di noi animali lenti quando i cambiamenti avvengono troppo velocemente e inceppano la nostra capacità di creare scenari.

Se fino a cinquant’anni fa bastava un diploma e sostanzialmente sapevi tutto quello che ti serviva per lavorare dignitosamente una vita, oggi non basta un dottorato di ricerca per avere la garanzia di non essere sempre in una posizione traballante e sfruttata – nemmeno nelle università, le istituzioni in cui i PhD dovrebbero naturalmente trovare lavoro in quanto formati per la ricerca e la disseminazione. La formazione permanente, concetto istituzionalizzato poco meno di trent’anni fa che intendeva in origine un aggiornamento periodico abbastanza frequente ma sostenibile, oggi si traduce in un percorso realmente continuo in cui lavoro e studio procedono di pari passo. Con la fondamentale differenza che lo studio non erode una quota di lavoro ma vi si aggiunge, e questo costo grava sulla vita dei lavoratori spesso anche in termini economici e affettivi. Se alle 40 o più ore alla settimana vanno aggiunti quasi sempre un webinar, un corso in presenza, un modulo di aggiornamento e così via, tutto questo tempo spesso non è compensato ed è semplicemente tolto ad altro – dalla cura di sé alla cura della casa e della famiglia.

Questo loop in cui stiamo finendo quasi inconsapevolmente necessita di un momento di stop perché forse stiamo andando all’inseguimento dell’obiettivo sbagliato. Sembra che l’idea sottostante all’aggiornamento che viene richiesto ai lavoratori sia quella di un aggiornamento in competizione con le IA, e non in complementarità, sebbene a parole non sia mai dichiarata. Ma se guardiamo i fatti, anche se le IA potrebbero anche non raggiungere mai la coscienza o la singolarità, quello che sanno già fare ora molto bene può coprire più dell’83% dei lavori umani e sono al momento più efficienti nell’utilizzo di un pc rispetto a un umano medio.

Chiedersi se le IA siano o meno “migliori” di noi comincia a rivelarsi una domanda senza senso, e tutto ciò che viene scritto e pubblicato in rassicurazione di ciò ha solo una funzione di conforto per evitare la cruda realtà: le IA sono state rilasciate sul mercato da aziende a scopo di lucro e quindi devono generare utili, e utili anche consistenti, che ripaghino il prima possibile le somme enormi (nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari) a questo scopo garantite da investitori finanziari. Questo ritorno avverrà in tempi rapidi tramite tagli ai costi anche e soprattutto in aziende in salute, dove il moltiplicatore del risparmio spingerà ancora di più una dinamica aziendale in utile, come già avviene nelle multinazionali come Amazon. E stanno sparendo già da un annetto migliaia di posti di lavoro anche nelle aziende più piccole, in testa a tutte le figure dei programmatori che le IA le hanno scritte e allenate ma anche posizioni che sembravano più al sicuro come gli analisti finanziari.

Molti sostengono che è normale, nei momenti di rivoluzione, che dei posti di lavoro vadano perduti. Chi perderà il lavoro si reinventerà, mica ci ostineremo ad andare in carrozza se è stata inventata l’automobile? Giusto, ma questa osservazione dà per scontato un tempo di rivoluzione “normale” in cui vengono introdotte delle innovazioni che cambiano il nostro modo di vivere e lavorare ma contemporaneamente ci si offrono nuove opportunità di riorientamento assieme a un tempo congruo per imparare le nuove competenze.

Il nostro mercato del lavoro oggi invece, fortemente terziarizzato e fondato sull’automazione nel settore produttivo, ha il computer infiltrato ovunque. E dove c’è un computer c’è la possibilità di cedere il comando a un agente intelligente, che già oggi, alla tenera età di tre anni e mezzo, è in grado di progettare un intero sito web da zero e da solo, quindi quanto ci vorrà perché progetti un’intera linea di produzione in una fabbrica e la faccia costruire da robot comandati da lui? Siamo spudoratamente ottimisti: cinque anni? Fortune dice anche meno, per la precisione circa 3 mesi.

In quale modo la massa di persone che lavorano in produzione dovrebbe ricollocarsi nel giro di cinque anni? Non dico in Italia, dove nel 2024 c’erano più di 9.600.000 operai, il 55% della forza lavoro dipendente, ma in Europa e nel mondo? Dovremmo riassorbire miliardi di persone nel giro di pochissimo tempo, quando nella maggior parte degli stati non ci sarebbero nemmeno le strutture e gli spazi in cui mettersi a studiare le nuove tecnologie – che nel frattempo sarebbero nuovamente evolute. No, non voglio fare il catastrofista, anzi.

Penso invece che le IA, anche se sono incredibilmente energivore rispetto a noi, stanno cambiando il mondo come lo abbiamo conosciuto e organizzato negli ultimi secoli. Il senso stesso del lavoro e della scuola che prepara alla vita e al lavoro dovrebbe essere ridefinito perché oggi, e tanto più fra cinque anni, è già difficile entrare in un contesto lavorativo senza dovere fare i conti con un cambiamento – in peggio – perennemente incombente, cosa per cui evidentemente non siamo pronti dato che sempre più persone soffrono di una condizione medico-psicologica che si è proposto di definire disturbo da sostituzione con IA.

Se però il futuro viaggia così veloce, e il lavoratore medio è talmente preso nel loop da dover sempre inseguire, è giusto chiedersi chi è che ha deciso la direzione che deve prendere quello che una volta si chiamava il progresso. La politica dà soluzioni emergenziali senza riuscire a prevenire i problemi, e una soluzione veloce quasi sempre è basata su idee vecchie. La stessa riforma degli istituti tecnici appena varata, nonostante le promesse di maggiore specializzazione, in realtà taglia di quasi la metà le ore dedicate a biologia, chimica e fisica per lasciare spazio a ore “pratiche” in azienda negli anni del +2, quelli delle ITS Academy dopo le superiori quadriennali.

Sono quindi le grandi aziende che si occupano di high tech a dettare la direzione del mercato, dato che detengono la quasi esclusività dei mezzi di produzione e di comunicazione, visto che sono proprietarie non solo dei data center ma anche di buona parte dei cavi sottomarini che fanno girare il 95% dei dati in tutto il mondo – eh sì, il cloud non è affatto tra le nuvole ma in concrete seppur fragilissime autostrade digitali interrate o ancorate sul fondo del mare.

L’infodemia, o information overload, sia nel senso del disturbo che in quello dell’oggettivo sovraccarico informativo, non è però una condizione necessaria e in molti si stanno rendendo conto che è il momento di governare questo fenomeno. A partire da Anthropic – l’azienda della IA Claude – che oltre a prevedere una specifica Costituzione del suo modello, un documento di 84 pagine in cui come nelle costituzioni reali sono elencati i principi di operatività della sua IA, ha anche appena inaugurato un centro di ricerca sugli effetti sociali della IA, l’Anthropic Institute. Periodicamente sul tema si esprime anche il premio Nobel Joseph Stiglitz, che oggi lavora al Centre for Political Economy dell’università Columbia a New York dove si studiano attivamente gli effetti redistributivi e la transizione da lavoro tradizionale a lavoro assistito da IA.

Questi esempi sembrano suggerire una conclusione e una proposta. Un centro di ricerca pubblico a questo punto è necessario, come è stato già proposto. E un centro di ricerca pubblico europeo sul modello del CERN, magari come questo simbolicamente a cavallo tra due stati dell’Unione, sarebbe ancora meglio perché l’acquis comunitario, il corpo dei diritti e degli obblighi comuni alla base del funzionamento della UE che si è costituito negli anni a partire dai Trattati di Roma del 1957, farebbe da garanzia a che questo centro operasse nel rispetto dei principi sociali che diamo ormai, appunto, per acquisiti. Sarebbe un centro che al contrario del CERN non avrebbe nemmeno bisogno di grandissimi fondi per le infrastrutture, potrebbe essere avviato in poco tempo e potrebbe reclutare i migliori esperti tecnico-economici ma anche gli umanisti – sociologi, filosofi, letterati – per tracciare una road map per la nostra società e il lavoro futuri. Una società in cui le IA avranno dei parametri di funzionamento e guardrail – quelli che il Pentagono voleva far togliere a Claude – prevedibili e soprattutto dettati dalla legge e non da aziende private che, anche se oggi presentano le migliori intenzioni, non sono comunque tenute a rispondere né a pagare degli effetti sociali che i loro prodotti provocano. Questa è una prerogativa e un dovere degli stati, e gli stati dovrebbero farlo.

Foto di Giulia May su Unsplash