Caro direttore – 2

Caro direttore – 2

Questo racconto è stato ispirato dalla vicenda di Giulio Regeni, giovane ricercatore friulano di Cambridge, assassinato in Egitto agli inizi di febbraio 2016. Puoi votarlo per il Premio Racconti nella rete 2017 all’indirizzo: http://www.raccontinellarete.it/?p=29298

La protagonista è una giornalista freelance. Mentre una sera si appresta a cenare con la famiglia, il marito Antonio e la figlia Tania, riceve dal direttore del suo giornale l’incarico di scrivere entro l’ora di chiusura del numero un pezzo su Giulio Regeni. Di tutta fretta riaccende il computer, ma non riesce a trovare un punto di partenza per l’articolo. Leggi la parte #1.

 

#2

– Non ce la faccio. Stavolta no. Non mi viene niente. Hanno già detto tutto, e finché non saltano fuori dati nuovi non ha senso scrivere altro.

– Le letterature ci insegnano che la stessa storia si può raccontare in modi pressoché infiniti.

Adesso gli tiro un piatto.

– Non farmi la lezione, con me non attacca!

– I grandi come papà non vanno a lezione, i bimbi ci vanno. Vero, mamma?

– Ogni tanto le lezioni servono anche ai grandi. Sai, le cose si dimenticano.

Pensiero laterale, via di fuga, cambio cappello, impostazione tattica, non strategica. Se mi sono messa in un vicolo cieco, devo tornare indietro al punto di svolta.

– Senti, fai pausa pollo e patate con noi. Poi vedrai che ti viene qualcosa.

Punto di svolta: pollo. Forse stavolta ha ragione. In effetti lo stomaco mi stava brontolando e non me n’ero accorta. Forse l’ala del pollo m’indicherà la via.

– Com’è?

– Inaspettatamente, buono.

– Esagerata! – fa lui con un sorrisino – ormai è nel mio repertorio, uno dei piatti di sicuro effetto.

– A me mi piace.

– A me mi non si dice. – la riprendo troppo, lo so.

– Ma a scuola lo dicono tutti.

– E tutti sbagliano.

– Ma non hai detto che se tutti sono d’accordo su qualcosa, allora diventa giusto?

– Dipende dalla cosa. Se tutti sono d’accordo nell’ammazzare alcuni, la cosa non va bene lo stesso. Ci deve essere una regola morale superiore.

– E se tutti sono d’accordo che la regola è che alcuni non devono vivere?

– …

– …

Discutere con una bambina di sette anni cercando di non trattarla da scema ti si può ritorcere contro. A noi capita sempre. Da chi avrà preso? E adesso cosa le dico?

– Ma non succede mai. Succede sempre che solo alcuni decidono di ammazzare qualcuno in particolare, e ordinano di farlo ad altri che eseguono e non discutono. Come è successo al povero ricercatore.

– Quale ricercatore?

– Giulio, quel ragazzo su cui devo scrivere.

– Lo conoscevi?

– No.

– E allora come fai a scrivere qualcosa su di lui?

– Devo raccontare come sono andati i fatti e cosa si è scoperto finora, sono cose conosciute. Solo che l’hanno già fatto in tanti.

– E perché lo devi fare?

– Perché me l’ha chiesto il direttore, devo farlo.

– Il direttore è come quelli che decidono di ammazzare gli altri, allora.

Forse il pollo non è stata una buona idea. Comunque era ben cotto, devo riconoscerlo. Oltre a saper fare battutine, qualcosa sa anche cucinare.

– Perché dici così?

– Perché lui decide e tu esegui anche se pensi che non è giusto.

Porca miseria, qui devo agire d’autorità.

– Senti, sei piccola e non puoi capire tutto. Ma il direttore non è come uno che decide di ammazzare gli altri.

– Però tu pensi che non c’è niente da dire su quello che vuole lui, ha ragione. – interviene Antonio. – Perché non scrivi quello che vorresti leggere anche tu?

– Perché se no il giornale non vende e non mi pagano. E poi se devo dire qualcosa di nuovo ho bisogno di fatti a supporto, non ce li ho e non ho certo il tempo di andarmeli a scovare. Non posso inventarmi favole.

– Perché non gli piacciono le favole? Sono belle. – guai a toccare le favole a una bambina.

– Perché le favole finiscono bene. Nessuno vuole leggerle sulla prima pagina del giornale.

– Allora fai una favola che finisce male, così il giornale la pubblica.

Una favola che finisce male. In effetti molte favole finiscono male. Alcune sono proprio terribili. Quelle vecchio stile, che oggi non vanno più di moda. Andersen e i fratelli Grimm, quelle regionali italiane. Guardo l’ala del pollo sul piatto. Mi indica il computer. Sì, torno a scrivere.

Mi viene in mente che Regeni era di un paesino della bassa friulana.

– Com’è che si chiama quel posto? – chiedo ad Antonio.

– Fiumicello. Mia nonna era di lì.

– Ecco dove l’avevo già sentito.

 

[Continua…leggi il seguito nella parte #3]

 

Condividi!Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInShare on Google+